Si può morire poco a poco senza saperlo, o peggio, essendone al corrente, sfidando il destino per raggiungere la prestazione, per superare se stessi, per diventare un campione e raggiungere un sogno. Succede nello sport-business, con sempre maggior frequenza ma peggio ancora, a livello amatoriale. La morte, che colga l'atleta a 20, a 30 anni o a carriera finita, ha spesso un perchè. Al di là dell'imponderabile, un caso su cento, in altre occasioni troppo tardi si scoprono disfunzioni ereditarie, malformazioni congenite, predisposizioni genetiche, o peggio, cambiamenti, stravolgimenti del proprio organismo. Oggi un atleta è costruito in "laboratorio", che sono poi i campetti di periferia, le palestre, le piscine. La responsabilità maggiore pesa sui genitori, non sempre all'oscuro, spesso consenzienti. "Suo figlio è gracile, deve mettere su chili", "ha bisogno di rinforzare la massa muscolare o l'ampiezza toracica". Si comincia così, all'età di 13-14 anni negli anni Novanta, già a 7-8 anni in alcuni sport, oggi. Prendere o lasciare. A.B. "Io ho lasciato. A 12 anni mio figlio prometteva bene, giocava a calcio nel settore giovanile di una società che va per la maggiore. Mi hanno detto che avrebbe dovuto fare delle iniezioni e prendere delle medicine specifiche. Mi sono rifiutato, a fine stagione è stato lasciato libero dal club, meglio così". G.R. padre di una campioncina in erba sugli sci. "Doveva mettere su muscoli, vinceva in tutte le categorie ma l'allenatore riteneva che avessa poca massa muscolare: a 15 anni ho scelto io per lei e mi sono rifiutato". Non sempre va a finire così. L'ormone della cresciva va di moda in alcuni sport dove i centimetri oggi fanno la selezione naturale per la pratica a livello "prof".
Il dato di una indaginie effettuata nel 2010 della Commissione per la vigilanza e il controllo sul doping e per la tutela della salute nelle attività sportive amatoriali del Ministero della Salute presentata al Parlamento è allarmante: su 1115 atleti, di cui il 65,6% uomini e il 34,4 donne, sottoposti a controlli, il 4,7% sono risultati positivi ad una o più sostanze, il 6,3% degli uomini e l’1,5% delle donne: tra le sostanze quelle più assunte risultano gli steroidi anabolizzanti (37,1%) seguiti da corticosteroidi (14,4%) e da diuretici (12,4%).
Senza "aiuti"anche un atleta allenato dififcilmente può rispondere con prestazioni al top di lunga durata o con difficoltà di recupero psico-fisico tra una gara e l'altra. L'uomo non è una macchina. Se un bolide di formula uno spinto al massimo ha il 70% di probabilità, oltre le due ore, di cedimenti, figurarsi un essere umano.
Al di là di ogni più approfondito controllo clinico, o blitz dei Nas, il primo angelo custode sulla salute del proprio figlio, è il genitore.

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