venerdì 24 febbraio 2012

SOTTO RICATTO Caccia sì o no



Dopo 25 anni il Piemonte potrà andare alle urne per pronunciarsi sulla caccia. Il referendum non è però ancora certo, osteggiato dalle varie associazioni venatorie e dalle aziende che di caccia vivono. Al momento balla la data. Per evitare uno sperpero di 25 milioni (tanto costa il referendum) era stato proposto di accorpare le urne, referendum e amministrative. Non così il parere della Regione che ha indicato il 3 giugno la data del referendum. Il rischio è che la consultazione, isolata da alcun contesto e nel primo week end estivo, non raggiunga ovviamente il quorum.
ILLUSIONI  Il referendum regionale sulla caccia è una novità assoluta per l’Italia. Fino a oggi la materia venatoria era stata infatti oggetto solo di referendum nazionali. Due, in particolare, quelli del 1990 e del 1997, quando gli italiani sono stati chiamati a pronunciarsi sull’abrogazione tout court. In entrambi i casi il risultato fu negativo perché non venne raggiunto il quorum (43,4% nel 1990 e 30,2% nel 1997), nonostante la percentuale schiacciante dei contrari alla caccia (92,2% e 83,6%). La consultazione piemontese ha però un oggetto diverso: non l’abolizione delle «doppiette» ma l’introduzione di alcuni limiti, come il numero di specie che possono entrare nel loro mirino (quattro), il divieto di sparare la domenica e su terreni innevati e la riduzione dei prelievi concessi alle aziende faunistico-venatorie. Il pericolo per gli animalisti però è dietro l'angolo anche in caso di successo. La Corte Costituzionale si è già pronunciata sui calendari venatori, dichiarando illegittimi quelli delle Regioni intervenute con l’introduzione di una nuova norma anziché con un atto amministrativo.

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